Suonerai quel campanello. Davanti a quella porta, in piedi, intento a smettere di tremare, con in mano una bottiglia di vino e la tua paura più grande, sarai ormai da solo davanti alle tue fantasie. Può essere una cosa dannatamente spaventosa. Ricordo bene cosa ti passò per la mente in quel momento. La certezza che da quella stessa porta saresti uscito diverso. Alla ricerca della comunione con te stesso ti troverai dinnanzi all’altare:
“Se qualcuno ha qualche obiezione, parli ora o taccia per sempre…”.
Nonostante le difficoltà però, vorrai fare pace con quella parte di te, guardandola negli occhi una volta per tutte. Un appuntamento al buio con la tua fantasia che da quel giorno assumerà un ruolo centrale nella tua vita. Un’esperienza che darà finalmente voce a quella parte di te che hai sempre tenuto nascosta, donandole finalmente dignità.
La sottomissione è di per sé un atto umiliante. Porsi volontariamente in una situazione di inferiorità manifesta davanti ad una sconosciuta è un atto di fede, verso di sé e la propria capacità di valutare una persona dalle poche conversazioni che precedettero quel giorno.
Esperienza catartica o evento traumatico?
Questo dilemma non ti dà pace da giorni. È una scommessa. I giochi sono fatti. Da ora sarà tutto nelle sue mani. Percepirla distante, artefatta, ambigua, vederla dissimulare un ruolo che non le appartiene fino in fondo, trovarti di fronte una persona che non suscita la tua stima, verso la quale manca quella connessione necessaria per condividere il tuo intimo, infatti, renderebbe il tuo ruolo e la tua posizione concretamente umiliante. Di un’umiliazione che annichilisce. La tua vulnerabilità diverrà così un luogo pericoloso e ogni tuo pregiudizio sarà allora scolpito nella pietra.
“E se poi dovessi giudicarmi per ciò che ho fatto?”
“Se perdessi la stima e il rispetto per me stesso?”
“Riuscirò a guardarmi in faccia senza provare pena?”
“Se mi sentissi veramente umiliato?”
Alla prova concreta, anche la più solida autostima può vacillare…
Giudice di te stesso, ti rinfacceresti i timori che per mesi avevano provato a metterti in guardia. Perciò, deciderai di procedere con cautela, a discapito di un piacere più travolgente, esponendoti quel tanto che basta per affacciarsi appena e gettare soltanto un’occhiata in quel baratro buio, e nulla più. Pensi che così riuscirai a non farti travolgere. Ne sei convinto. Lo so…
Con diffidenza, varcherete in due quella soglia. Lo slave e la persona che in quel momento indossava la maschera del tutore. Il convinto detentore della responsabilità e del buon senso e che si è autoassegnato il compito di proteggerti. Quello di tutti i giorni, lo stesso che di fronte a una ragazza così bella ha imparato a non celare un desiderio più conforme alla norma.
In quell’appartamento però, non c’era spazio per entrambi e Lei lo mise subito in chiaro…
Senza spiegazione, mi colpisci. Uno schiaffo. Un secondo e un altro ancora. Non ho ancora fatto nulla ma tu, sai che me li merito tutti. Forse per il solo fatto d’esser uomo e di non riuscire a celare il desiderio di possederti. Le tue mani mi arrivano come un invito a rimanere al mio posto, a sposare il mio ruolo, e come un delicato assaggio di ciò che mi aspetta se non dovessi riuscirci. Improvvisamente vedo il mondo come lo conosco capovolgersi lentamente ed ogni cosa assume una nuova forma.
I tuoi gesti diventano ordini,
i miei desideri, preghiere,
la mia sofferenza, il tuo piacere.
Il tuo piacere, la mia ragion d’essere.
Tante cose imparerai in questo giorno.
Imparerai che il BDSM è condivisione. È fiducia, rispetto, è lasciar entrare.
Lei vorrà un’offerta. Se non vorrai trovarti di fronte ad una persona che finge, tu per primo dovrai dimostrare genuinamente chi sei. Essere onesto con Lei è essere onesto con te stesso. D’altronde non riuscirai a farne a meno.
Imparerai che l’umiliazione può avere mille volti ed è un’emozione estremamente complessa. Una medaglia a due facce.
L’umiliazione di una parte è sublimazione dell’altra.
Provocare l’”uomo”, quello di tutti i giorni, infatti, sarà per Lei uno scherzo. Una provocazione seguita inevitabilmente dalla negazione di quel desiderio bruciante e socialmente condiviso dai più, che ti si leggerà negli occhi. Lei guiderà quel desiderio dritto ai suoi piedi e poco più su, fin sulla punta del suo strapon.
Ti sorprenderai a trarre piacere dalle cose più inaspettate. Da ciò che Lei ti chiederà di fare, plasmando quel desiderio a suo piacimento, secondo la sua volontà. Come a mostrarti qual è la tua vera natura, il tuo posto di fronte a Lei, che le tue ambizioni si arrestano laddove deciderà, non un passo più avanti, e sarà proprio la scoperta di quel piacere che non sospettavi, rivelato in diretta, senza possibilità alcuna di celarlo, né tantomeno avere il tempo di farvi pace eludendo il disagio di quella sensazione così nuova e sconvolgente, la dimostrazione lampante della sua verità.
Perché l’umiliazione è più profonda su un animo vulnerabile…
“Fammi un pompino”, mi dici. Questa assurda richiesta mi sorprende. Sospettavo sarebbe arrivato questo momento e mi ero preparato al disagio che avrei provato, alla stranezza del suono di quelle parole. Avevo cercato di immaginare l’imbarazzo che avrei provato per non farmi cogliere di sorpresa. Non avevo idea di come avrei reagito ma, seppur con reticenza, almeno non sarebbe stato traumatico cedere ad una tale richiesta. Invece, stupisco me stesso e in un attimo lo sento scivolare sulla lingua, sbattere sul palato, poi sempre più giù, fino in gola. Sono sconvolto dalla naturalezza e dall’avidità con cui lo prendo, svelando a me stesso, in quell’istante, un desiderio nascosto di cui non sospettavo l’esistenza.
“Che puttana!”, mi dici piacevolmente sorpresa. Non capisco cosa stia succedendo. Non era previsto fosse così coinvolgente, così intenso, così bello. Ci metto più impegno e mi trovo a desiderare che sia reale solo per poterti dare piacere. Accade tutto nella mia testa ma questo tu, lo vedi benissimo. Mi chiedi se ne succhierei uno vero e rispondo sincero quando ti dico “No”. Per nessun altro infatti, tantomeno un uomo, potrei provare una cosa simile. Infierisci. “Neanche se te lo chiedessi io?”. Ovviamente no, ma non riesco a deluderti nemmeno per ipotesi. Non riesco più a parlare e per evitare di rispondere, senza rendermene conto, riprendo a succhiarlo…
Ma imparerai che c’è anche un’umiliazione più profonda, più spaventosa ma non meno eccitante. Una gelida lama che, come i bottoni di una camicia, una dopo l’altra fa saltare ogni resistenza, lasciandoti sempre più nudo e risalendo il ventre lentamente, arriva a lambire la gola, togliendoti il fiato. Non riesco a descrivere altrimenti quegli occhi nei quali ho caricato tutto il giudizio su me stesso e che, come uno specchio, mi hanno svelato il mostro, il Mr. Hyde che portavo con me e per il cui antidoto sono qui ora ad implorare in ginocchio.
D’un tratto, forse insoddisfatta, per punire qualche mia mancanza o forse per sfogarsi di ciò che la vita, instancabile, ci tira addosso, come niente fosse, decide di farmi male. In maniera quasi distratta impartisce l’ennesimo ordine:
“Ora balla.”
Due parole che mi arrivano fredde e definitive come un’epigrafe sul marmo. Il tono non ammette repliche e io mi sento in trappola. Sembra quasi che legga le mie fragilità come un libro aperto. Capisco ora la rapidità del colloquio iniziale. Non ne aveva alcun bisogno. Penso fosse solo un modo per darmi l’illusione del controllo o forse per non spaventarmi, per dissolvere la mia incertezza iniziale e indurre con così l’ignara preda verso di Lei. Mi rendo conto in quell’istante che stiamo giocando al gatto col topo e che non mi trovo certo nella posizione più favorevole. Non riesco a non chiedermi se veda il panico nei miei occhi. Cerco di celarlo ma sale l’ansia che possa essere manifesto. Le è ben chiaro il mio stato d’animo e finge indifferenza, attendendo che io mi prodighi per Lei, che sia io stesso ad umiliarmi.
“Ti supplico no, piuttosto frustami fino a farmi urlare ma non chiedermi questo”.
“Ti imploro…”
Questi pensieri rimangono impietosamente ignorati. Vuole togliermi anche l’ultimo sottile velo con il quale cerco di nascondere la vergogna a me stesso. Mi sento in bilico sul baratro della follia. Ormai sono certo che sappia tutto. La mia agonia mi si legge in faccia ma Lei vuole scavare più a fondo e attende silenziosa. Inizio a muovermi in modo scoordinato cercando con tutto me stesso di non immaginare come possa apparire questo orrendo spettacolo ai suoi occhi. L’umiliazione più grande, non sono le sue parole di scherno ma il suo sguardo, che mi suggerisce i pensieri che immagino le passino per la testa e che non saprò mai. Ciò che non posso vedere assume nella mia mente le forme più spaventose.
Le sembianze divine che mi hanno attirato fino a qui rivelano adesso un volto diabolico…
Inutile tentare la fuga, riparandoti dietro ad una maschera più conformista, fatta di pulsioni e fantasie vanilla che sebbene stimolate intensamente, non trovano posto qui, sotto di Lei. La paura ti indurrà a rifugiarti nell’illusione dell’”uomo” che deve desiderare altro, che non può trovare sé stesso anche nella totale cessione di potere, perché quel potere gli appartiene. Un potere sul quale, seppur inconsciamente, si adagiava la tua autostima e che sentire minacciato, evocò tutte le paure, che portasti con te, fin su quella soglia. Mai ti sarai sentito così nudo ma mai avrai avuto occasione migliore di vedere te stesso.
Un punto di riferimento ormai inutile al quale volgerai lo sguardo per non ammettere a te stesso quanto ti sentirai perso. Neanche il tempo di renderti conto dell’inutilità del tuo disperato tentativo che Lei renderà evidente il tuo smarrimento, indicandoti la via da seguire, l’unica sensata, come un faro nella notte, verso la sua fulgida luce.
Quando mi chiede di gattonare verso di Lei come una tigre, qualcosa dentro me si ribella ma prima che possa rendermene conto mi ferma con una frase che mi rende chiaro quanto ormai sia vulnerabile, nudo, trasparente, indifeso.
“Non farlo da uomo”.
Il colpo di grazia. Forse mossa da pietà, ha deciso di finirmi. Spazzare via l’ultima briciola di ragione, che mi stava conducendo alla pazzia, ergendosi a mia guida. Con queste quattro parole ha reso evidente il mio estremo, inutile e patetico tentativo di non perdere del tutto il controllo e di come non avessi più altra scelta se non abbandonarmi a Lei con tutto me stesso. Solo ascoltando quelle parole mi rendo conto che i pensieri a cui mi ero abbandonato in quel momento erano del tutto fuori luogo. Non ho più energie per difendermi. Se non voglio impazzire devo accettare completamente questo mio nuovo ruolo senza opporre alcuna resistenza…
La campana, quel giorno, suonò per i miei pregiudizi.
La campana suonò per la mia diffidenza verso di Lei.
La campana suonò per Mr. Hyde, la mia parte giudicante, che fino a quel momento, con la scusa di proteggermi, mi aveva tenuto lontano da me stesso.
La campana suonò per la voglia di conformarsi ad una società scomoda.
La campana suonò per le precarie fondamenta sulle quali si reggeva la mia autostima e che da quel giorno divennero assai più solide.
La campana quel giorno suonò per quelle voci, cariche di obiezioni ma che davanti a quell’altare, tacquero per sempre.
La campana suonò per le paure che mi ero portato fin lì e che abbandonai sulla soglia di quella porta chiudendomela alle spalle.
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