Eccolo di nuovo. Quel tremendo senso di vuoto. Le membra leggere, un respiro a metà, l’aria che sfugge, e lo stomaco che sembra aver improvvisamente deciso di uscire a prendere una boccata d’aria. Non mi abituerò mai a questa sensazione. Lei è di fronte a me. Il piano terra è annunciato dal rintocco di una campanella, che si diffonde nell’aria dal piccolo altoparlante. Le porte dell’ascensore si aprono sulla hall che adesso mi sembra incredibilmente più grande. Il bancone della reception è all’altro capo dell’atrio. Lei esce dall’ascensore con passo deciso ed io non posso esitare neanche un secondo se non voglio che il guinzaglio mi dia uno strattone al collo. Cammino appena un passo dietro di lei. È bellissima in quel suo vestito lungo, che avvolge delicato le sue spalle e i suoi seni, si stringe intorno alla vita e scende più giù, sfiorando le sue gambe ad ogni passo lasciando scoperta la sua pelle candida che fa capolino dal piccolo spacco sulla coscia destra, e di cui, non lo nego, inizio a provare invidia.
La sua ragazza cammina al suo fianco. Andiamo dritti al bancone dell’accoglienza per chiedere informazioni su dove poter trovare un buon ristorante nei dintorni. Avvicinandomi non devo sforzarmi di mantenere il controllo per parlare con la ragazza dietro il bancone in maniera disinibita. L’umiliazione di essere condotto al guinzaglio, perfettamente bilanciata da un sentimento di orgoglio, e il pensiero della morbosa curiosità di quanti poseranno lo sguardo su di noi questa sera, che già posso pregustare, mi forniscono tutta l’adrenalina di cui ho bisogno e nonostante lei sia molto carina, reggo bene il primo impatto. In questo disagio inizio a sentirmi a casa. Se il collare e quell’intrico di strisce di pelle e anelli in acciaio che adornano il mio petto risaltando eclatanti sulla camicia bianca non fossero abbastanza espliciti, la lunga catena che dal mio collo assicura il mio ego, la mia virilità, la mia autonomia e la mia autorità alle sue mani, dove ora appaiono infinitamente piccoli, non lascia spazio a dubbi interpretativi circa la natura della nostra relazione.
Sono il suo schiavo.
Ma come detto, ciò non turba più di tanto la mia serenità. Benché in un precario equilibrio, essa è sostenuta dalla fervida attività del mio sistema simpatico che con scariche di adrenalina sempre più intense mi fanno accomodare in un agio illusorio. Si. Mi piace farmi guardare. Avere gli occhi addosso. Occhi sconosciuti, occhi curiosi, occhi divertiti, sconcertati, giudicanti, inorriditi, maliziosi, eccitati, occhi discreti che guardano senza farsi vedere. Occhi scioccati. Tutto fuorché indifferenti.
“Siamo giovani, belli e perversi”.
Questo pensiero mi carica.
Per ora...
Mancano un paio di metri al bancone e anticipo un cenno di saluto con il capo quando, dentro di me, qualcosa si accende. Letteralmente. Come ho potuto dimenticarlo!! In un istante vedo vacillare tutta la mia sicurezza. Una sensazione che in sua presenza assume un carattere effimero. Ogniqualvolta mi illudo di essermi accomodato nella mia nuova pelle, Lei mi obbliga a spogliarmene e me ne impone una nuova. Come una muta forzata. Necessaria per la trasformazione allo stadio successivo. Imprescindibile processo di crescita.
Posso percepire una ad una le piccole gocce di sudore che improvvisamente punteggiano la cute del mio volto e della mia testa spinte fuori dall’improvvisa ondata di calore, sintomo del fuoco che divampa dentro di me e che colora le mie guance di un rosso sanguigno. Il mio cenno diventa una smorfia proprio nell’istante in cui la ragazza sta ricambiando, preparandosi ad accogliere le nostre richieste. Non un accenno di stupore o inopportuna, quanto comprensibile, curiosità nella sua espressione. Le sue labbra delicatamente distese in un sorriso cordiale, che non lasciava intendere la benché minima traccia di malizia ma solo una grande, fredda, prevedibile professionalità. Eppure, non sono passati che pochi minuti da quando, con le mani al muro e le gambe divaricate, solo quel tanto che i miei pantaloni ormai stretti intorno alle caviglie mi permettevano, la mia Padrona introduceva il piccolo vibratore dentro di me. Il telecomando nella sua tasca ha un solo pulsante. Soltanto l’ennesimo strumento con cui ha il pieno controllo sulle mie emozioni più scomode. Le è sufficiente premerlo, infatti, per scatenare la mia eccitazione nei momenti meno opportuni, studiati da lei con grande cura, di fronte a perfetti estranei e per accendere la paranoia che tutto ciò possa trasparire dalla mia espressione. Un sobbalzo improvviso, un piccolo e sospetto acuto nella mia voce e non ultimo, il timore che quella vibrazione, che io percepisco così intensa e rumorosa propagarsi attraverso le mie ossa, possa sentirsi anche da fuori, minando le fondamenta di quel piacere effimero che alcuni chiamano esibizionismo ma che altro non è che guardarsi rilessi negli occhi altrui per vedere tutta la nostra meravigliosa complessità nelle emozioni tradite dai loro sguardi.
Timore che dovrò tenermi per tutta la sera. Mi è infatti impossibile, senza un riscontro esterno, sapere quanto quell’aggeggio sia discreto. Scoprirò solo a tarda notte che non lo era affatto.
Un profondo respiro fino a sentire l’harness che indosso costringermi la gabbia toracica. Un ultimo disperato tentativo, se non per placare il cuore che mi galoppa nel petto, almeno per riuscire a parlare senza far tremare la voce.
“Buo..buonasera…”
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