- «In principio furono i piedi.
- Ora quel mondo era informe e deserto e le tenebre ricoprivano l’abisso e la Sua luce aleggiava su di esso.
- Ella disse: “Bacia!”. E luce fu.»
Voglio raccontarti una storia.
Parla di te.
Probabilmente ancora non ti riconoscerai nelle mie parole ma sono certo ti suoneranno familiari. So che faranno vibrare quelle corde che già da molto tempo risuonano in te.
Potranno spaventarti ma ti chiedo di trovare il coraggio, di essere forte e non cedere al pregiudizio, alla paura e alla seducente prospettiva di un’immutabile sicurezza che la normatività, così ben incastrata nella società, ti promette.
Ti chiedo di ascoltare fino in fondo. Di non permettere a nessun altro di definire chi sei.
Sarà una storia paradossale dove tutto sembra andare al contrario e niente sarà come ti aspetti. Dove la logica non è così logica e per essere compresa è necessario guardare più in là, richiede uno sforzo in più, un costante lavoro su sé stessi.
Perché quella paura non ha niente a che vedere con il contenuto di questa storia. Ciò che ti spaventa è la concreta possibilità di rispecchiarti in queste parole perché ancora le leggerai con la lente del pregiudizio, una lente invisibile ai tuoi occhi. Una sensazione che si farà via via più vivida ma se avrai il coraggio di ascoltarle, ti mostreranno chi sei. Come uno specchio che riflette la tua parte più intima, senza maschere, nemmeno quelle che indossi di fronte a te stesso perché nei Suoi occhi ti vedrai nudo, così come non ti sei mai visto prima. Una presa di consapevolezza che renderà sempre più scomodo il posto che hai sempre occupato al quale, in fondo, non hai mai saputo adattarti.
So che troverai quel coraggio e non te ne sarò mai abbastanza grato.
So bene come ti senti.
In una parte profonda, nascosta, oscura, l’eco di quelle melodie ti scuote ormai da troppo tempo e talvolta sembra minare la tua identità, come una belva in agguato nel buio pronta a distruggere tutto ciò che con immensa fatica ti sei costruito, pezzo dopo pezzo, e che richiede altrettanti sforzi per essere mantenuta all’altezza, degna di una società in cui sei cresciuto adattandoti come un bonsai nel suo piccolo vaso.
Ti chiedo di fare le valigie. Prendi tutte le paure, i dubbi, le insicurezze, i pregiudizi, e portali con te. È un bagaglio pesante ma ad ogni passo diverrà più leggero, te lo prometto. Perché lungo la strada lascerai andare un pezzo dopo l’altro ed ognuno di essi ti insegnerà qualcosa di importante.
Perché costruire te stesso non vuol dire solo aggiungere. La formazione della tua identità passa anche e soprattutto dal lasciare andare, dal perdere pezzi, dal liberarsi di ciò che non è altro che un inutile fardello che qualcun altro ti ha caricato sulle spalle, dal perdersi, dalla consapevolezza di quanti e quali condizionamenti influenzano le tue scelte e i tuoi pensieri. Dicono che non esiste coraggio senza la paura. Allo stesso modo, la costruzione deve necessariamente passare per il suo opposto: decostruire! Significa anche perdersi, smontare un pezzo dopo l’altro tutte quelle strutture che limitano la tua visuale. È un lavoro enorme ma per farlo hai a disposizione uno strumento potentissimo. Le tue emozioni. Loro non mentono. Quella musica non mente. Devi solo imparare ad ascoltarla.
Perciò siediti, chiudi gli occhi, fai un respiro profondo e che il concerto abbia inizio.
Buon viaggio, amico mio.
R.
Mi sei apparsa davanti come un sogno dai contorni indefiniti. Bella come una Dea, forte del mio bisogno, hai acceso la mia perversione illuminando la via per il paradiso. Il tuo sorriso suona come una dolce promessa ma i tuoi occhi mi raccontano altro. La severità nel tuo sguardo appare per un solo istante e mi arriva perentoria mentre esito a baciare la tua mano. Ingenuo, cerco di capire chi ho di fronte, mi avvicino con diffidenza, come se avessi ancora una scelta…
In ginocchio di fronte a te, indaghi le mie debolezze ed io te le servo su un piatto d’argento. Ancora non comprendo in cosa mi sono cacciato. Mi illudo ancora di essere sul punto di realizzare grandi fantasie. Di essere qui per giocare. Ancora non percepisco la mia vulnerabilità. Impietosa, infili la tua lama nella fessura più grande, dove sai che non incontrerai resistenza e in un attimo mi ritrovo ai tuoi piedi…
Colmo di desiderio mi ritrovo a guardarti dal basso. Allunghi una gamba verso di me e l’agitazione inizia a trasformarsi in panico. La mia più grande fantasia, i piedi più belli che abbia mai visto, perché sono belli, sì, ma soprattutto perché sono i tuoi, stanno ora a pochi centimetri dal mio volto ed io lotto con tutto me stesso per non perdere la lucidità. Non posso andarmene proprio ora. Devo restare qui, presente a me stesso, vivere il momento. Un desiderio che mi consuma da quando sono bambino. È stata la mia prima forma di eccitazione sessuale. Ero all’asilo. All’inizio era un gioco poi crescendo, ha cambiato faccia molte volte. Ha evidenziato la diversità dagli altri, è stato motivo di imbarazzo verso me stesso e infine, è giunta l’accettazione e l’ho vissuta come una fortuna, come un modo in più, e non esclusivo, di provare piacere. Nonostante ciò, fin dalla tenera età, è sempre stata una delle parti più profonde della mia intimità e non l’ho mai rivelata a nessuno. E così, tutto d’un tratto, mi ritrovo qui, davanti a una sconosciuta, la ragazza più bella che potessi non conoscere, a togliere l’ultima patina di vergogna che mi separa dal puro piacere. Ricordo ogni istante. Hai voluto che iniziassi dalle scarpe. Obbligato ad adorare l’ultimo ostacolo che mi separava da te, dal tuo odore, dalla tua pelle. L’intero corpo in tensione. Il respiro tremulo come quello di chi è sul punto di morire. O di vivere per davvero. Ma ancora non posso. Prima vuoi un massaggio. Cerco di metterci tutto l’impegno che posso ma con il tuo piede sinistro che ondeggia davanti al mio volto, che mi carezza delicato partendo dalla fronte, scende lentamente, scorre in mezzo agli occhi, arriva sulla punta del naso e da qui salta giù sfiorando la mia bocca e ancora più giù, fino al mento trascinandosi dietro il mio labbro inferiore…il primo contatto. Dimentico totalmente il massaggio e destandomi bruscamente mi riporti al mio dovere. Nella mia mente però, ora c’è soltanto l’immagine della forma sinuosa descritta dal tuo arco, tutta la morbidezza della pianta e quelle dita…dio! Già le posso sentir danzare con la mia lingua, nella mia bocca ma ancora non è il momento. Quando finalmente decidi che il mio desiderio ha raggiunto la temperatura ideale, mi concedi il piacere. La tensione, ormai vicina al punto di rottura, lascia pian piano il posto ad una pace profonda. Tentando di esprimere tutta l’adorazione e la gratitudine che provavo per te, in quel momento io ho fatto l’amore con i tuoi piedi. Lasciando andare ogni giudizio e perdonandomi ogni paura passata, in quel momento, ho fatto l’amore con me.
14 Aprile 2024 at 1:52
Like a lot L
2 Giugno 2024 at 16:08
Thank you so much for your appreciation!
It means a lot. I have been very busy lately and have had little time to write, but I will upload more content soon, so stay tuned!